Essere presenti là dove si è scomodi con una testimonianza vera

giovedì 25 settembre 2014

Quando c'erano i comunisti



Quando c’erano i comunisti.

Quando c’erano i comunisti,
in ogni quartiere
c’era sempre una bandiera rossa al vento
sulla porta d’ingresso, della sede del partito.
Quando c’erano i comunisti.

Quando c’erano i comunisti,
c’era sempre un segretario del partito
che leggeva le lettere dei compagni
scriveva lettere ai parenti lontani
compilava moduli per burocrati ostinati.
Quando c’erano i comunisti.

Quando c’erano i comunisti,
c’era sempre un compagno
che ti offriva un bicchier di vino, altri tre per una partita a carte.
c’era sempre un compagno per parlare di politica
e qualche “pretino” da catechizzare sulla lotta del proletariato.
Quando c’erano i comunisti.

Quando c’erano i comunisti,
c’era sempre un giornale aperto sopra un tavolo
è un altro in bacheca da  far leggere a chi passa,
c’era sempre una tv disponibile per ascoltare le tribune politiche
e vedere la partita di calcio la domenica a sera.
Quando c’erano i comunisti

 Quando c’erano i comunisti,
eravamo adolescenti pieni di speranza.
Speranza che avremmo
cambiato il mondo, sconfitto l’ignoranza, dato lavoro per tutti,
 e assegnato una casa bella e pulita,

Che nostri figli avrebbero studiato
sarebbero andati all’università
e divenuti
professori, dottori ingegneri  e politici  seri e onesti
Che avremmo vissuto un vecchiaia serena.

Quando c’erano i comunisti.
(settembre 2014)

Quando marciavamo....


 
Quando
marciavano compatti gridando:
viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung
sapevamo che noi eravamo
i contestatori,
i rivoluzionari.

Noi eravamo i progressisti
contro loro i reazionari
quelli che non volevano cambiare nulla
che volevano lo “status quo”
che tutto rimanesse
come era al tempo dei nonni dei nonni.



Noi,
con
le nostre camice a fiori,
gli eskimo militari
 i Roy  Rogers rivoltati alla caviglia,
il libretto rosso di Mao nelle tasche,
i nostri capelli lunghi e scapigliati,
noi
eravamo i contestatori e i rivoluzionari.

Oggi
questi giovanotti quarantenni
cresciuti all’ombra della contestazione giovanili
hanno smarrito
il senso delle cose.

Governano e si contestano.
Contestano e si governano.

(settembre 2014)

venerdì 13 giugno 2014

Da parco a Paesaggio protetto



Oggi, quando si parla del ex Manicomio  della Provincia, del comprensorio medico del Santa Maria della Pietà, si parla di Parco, di “parco cittadino”, ma questo è un modo errato di relazionarci con l’intero comprensorio.

Non è corretto parlare di Parco, in quanto tutto il comprensorio non rientra nel termine stretto di parco, di fatto non è uno spazio naturale dove l’impatto dell’uomo sull’habitat è molto basso, e c’è necessità di conservazione e preservazione della flora e della fauna locale, per cui si crea una zona protetta; la creazione di un parco nel senso stretto vuol dire ”mantenere un luogo incontaminato, senza alterare la sua “wildernessammettendo al suo interno visitatori ma non abitanti, non è decisamente il nostro caso, pur essendoci degli abitanti residenti, i membri delle case famiglie o del centro Antea, noi abbiamo dei frequentanti assidui non residenti che sono gli  impiegati, gli studenti gli operatori sanitari, che sono in gran numero superiori ai visitatori.

Il comprensorio non può essere neanche definito paradossalmente un giardino pubblico, perché non rientra nelle casistiche per definire una spazio verde Giardino Pubblico.

 

Nel 1913, dove sorge oggi il comprensorio non c’era nulla, c’era la campagna romana oggi c’è agglomerato urbano di oltre 44 stabile e con un parco creato con dall’uomo che ha inserito piante allogene, in un habitat fortemente modificato che convivono con piante spontanee autoctone.
L’uomo, in un secolo ha  creato uno spazio nuovo dove un paesaggio urbano s’interseca con un paesaggio naturale, ma nel contempo artificiale in quanto frutto dell’impatto del uomo.

Nel nostro caso possiamo parlare di “Paesaggio protetto”.
Questo è un nuovo concetto di conservazione di zone di valore culturale, paesaggistico e umano. Si può dire che solo dal 2003 ha cominciato svilupparsi questa nuova di idea di area protetta, dove il ruolo  centrale non è l’aspetto naturale ma la presenza dell’uomo, il suo impatto ambientale.
Tutto quello che vediamo, le strutture fisse, i vari padiglioni e il parco stesso erano finalizzate alla presenza dell’uomo e dell’uso che ne voleva fare di questo spazio. In realtà il tentativo  riuscito o no, era quello di creare un luogo di recupero dell’uomo soggetto a malattia, in particolare a quelle mentali.
Il centro di questo, il motivo, l’esistenza stessa di questo comprensorio era finalizzata all’uomo e alla sua presenza fissa e stabile.   



Il concetto :“i paesaggi protetti sono paesaggi culturali che si sono co-evoluti con la società umana che li abita, e sono il punto di contatto tra la diversità culturale e biologica” (Brown et al., 2005) è perfettamente applicabile al nostro caso.
Questo nuovo paradigma si differenzia in molteplici aspetti da altri modelli in quanto: “la gestione è centrata più sui residenti che sui visitatori, integrando l’esistenza delle aree protette con le necessità della popolazione locale ed il valore culturale della natura; la percezione locale è inclusa nella gestione delle aree protette e le aree protette costituiscono una rete, dove le distinte categorie si integrano per una migliore connettività tra gli spazi protetti” (Phillips, 2003).
L’idea del paesaggio protetto ha molte importanti implicazioni operative. Nell’ambito di questo nuovo paradigma di area protetta si considera come spazio di conservazione non semplicemente quelle aree dove c’è una presenza rilevante della biodiversità, ma anche quelle aree in cui vi è stata una interazione storica con la comunità umana come le zone rurali. Questo non vuol dire semplicemente estendere le regole applicate alle aree protette ad altre zone, ma che si riconosce l’esistenza di un patrimonio naturale localizzato al di fuori delle aree protette e si responsabilizza la comunità includendola come attore dei cambiamenti.
 Questo non vuol dire semplicemente estendere le regole applicate alle aree protette ad altre zone, ma che si riconosce l’esistenza di un patrimonio naturale localizzato al di fuori delle aree protette e si responsabilizza la comunità includendola come attore dei cambiamenti.
Se andiamo a confrontare questo nuovo concetto di preservazione e aree di interesse storico, culturale e naturalistico … è facile notare come cozzi con quanto fino ad oggi nella gestione del Comprensorio del Santa Maria della Pieta.
Il valore del comprensorio è più storico che naturalistico, più culturale che ambientalistico..Il Santa Maria della Pietà ha un ruolo storico in quanto erede di altri ospedali psichiatrici presenti in Roma nei secoli scorsi, un ruolo storico per quanto è stato fatto in campo medico, ma ha svolto anche un ruolo sociale in quanto intorno all’ospedale sono sorti interi quartieri di operatori sanitari che necessitavano abitare nei pressi del centro, luogo del loro lavoro. Ma può assumere anche un alto valore scientifico, diventare un laboratorio a cielo aperto dove studiare le  biodiversità presenti nel parco, in cento anni di manipolazioni dell’uomo.
Quindi è da qui che bisogna ripartire.. non dall’idea di un parco nel modo vecchio di intendere, visto che abbiamo già ben realizzati nel territorio del Municipio ossia: il Parco del Pineto, dell’Insugherata e del nuovo parco di Selva Candida quello Monumento naturale Quarto degli Ebrei e Tenuta di Mazzalupetto, ma da una nuova idea di protezione dell’area, della creazione di un “Paesaggio protetto”.



Il valore non è la natura di per se stessa, ma del stesso comprensorio la presenza umana all’interno di essa. L’uomo è il suo impatto sull’ambiente è il centro del progetto e della conservazione.

Cosa fare :

1.     Creare un gruppo di lavoro integrato tra le varie amministrazioni per ridisegnare il parco.
2.     Valutare l’impatto dell’uomo sull’ambiente nel tempo passato e nel futuro. Alleggerire la sua presenza o meglio ridistribuirla all’interno del comprensorio.
a.  Spostare l’attività con maggior presenza umana verso l’esterno del comprensorio.
b.     Destinare i padiglioni che stanno al cuore del Comprensorio i pad. 28 (chiuso), 29, 30,32  (sede municipio) e 31 (ex lavanderia) ad attività culturale.. biblioteca (specializzata in medicina), museo, spazio teatrale luoghi convegni, attività sportive…
c.      Creare un anello stradale intorno al comprensorio con parcheggi all’esterno, in prossimità dei padiglioni maggiormente frequentati.
d.     Mettere in funzione una navetta elettrica che colleghi la stazione treno, capolinea bus e i vari parcheggi e il centro del comprensorio.

Questo è uno spazio unico in Roma, in Italia e forse del mondo dove il Museo della Mente acquisterebbe un valore di memoria storica della presenza dell’uomo e la sua lotta contro la malattia  e la ricerca del benessere personale.








giovedì 12 giugno 2014

Smisi di essere comunista


Ancora adolescente mi sembrava bello e giusto essere comunista.
Era giusto lottare per la libertà, per la giustizia e l’uguaglianza.
Ma lentamente ho smesso di essere comunista, così come si sbiadisce nel tempo una maglietta un tempo smagliante e luminosa, una maglietta che lavaggio dopo lavaggio, dopo essere stata stesa al sole per intere giornata perde tutta la sua lucentezza e il suo splendido colore.Così da adolescente indossai una camicia rossa…. Rossa come quella dei garibaldini, perché in fondo già Garibaldi era un comunista.

Smisi di essere comunista piano piano, giorno dopo giorno.
Smisi di essere comunista quando i carri armati sovietici entrarono a Praga… portavano la libertà soffocando la liberta. Quando i versi di Guccini della sua Primavera di Praga mi trafissero la mente:
Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

Come si fa a portare la libertà soffocando la libertà.

Smisi di essere comunista, un po’ ogni giorno, quando al tg davano la notizia di qualche giovane ucciso mentre scavalcava il “Muro di Berlino”.
Come poteva un popolo essere diviso da un muro.. e il desiderio di libertà veniva soffocato con una raffica di mitra.

Smisi di essere comunista, quando su una bancarella acquistai un libro dal titolo “Cara Pravda”. Mi aspettavo un libro che mi parlasse bene della Russia, invece erano una lunga serie di lettere pubblicate sul quel giornale, lettere amare e tristi.

Smisi di essere comunista quando durante una cena, un distinto signore amico di mio zio parlò del suo viaggio in Russia, della fame che viveva il popolo, della tristezza dei russi.
Smisi di essere comunista quando la mia amica Simonetta, che era stata sei mesi in Russia per motivi di studi, torno con una fame arretrata, non mangiava un pasto decente da quando era partita da Roma qualche mese prima.

Smisi di essere comunista, quando nella nostra scuola professionale venivano i ricchi e figli di papa universitari, tutti anni fuori corso a parlarci di rivoluzione.
Per noi poveri ragazzi di borgata, che già il frequentare una scuola professionale era un gran sacrifico e l’università era mera illusione, un sogno quasi impossibile, per loro era il tempo del gioco politico e non dello studio. Per noi ragazzi del professionale perdere un anno voleva dire andare a lavorare, loro si permettevano il lusso di essere anni fuori corso.
Smisi di essere comunista, quando imposero il 6 politico,  sufficienza solo per frequentare. Noi che perdevamo ore di sonno sappiamo quanto ci costava un sei striminzito.. ma loro gli studenti figli di papà, con mille esami da fare volevano passare per la sola presenza… ma non in aula ma nelle piazze con le bandiere rosse.

Smisi di essere comunista quando velatamente qualcuno disse che gli arabi, che durante le Olimpiadi di Monaco rapirono gli atleti israeliani, erano di sinistra e gli ebrei di destra.
Smisi di essere comunista, quando cominciarono a dire che Gesù Cristo in fondo era un comunista… rubare i miti degli altri perché sono belli, incontestabili e vincenti è una cosa che mi rende triste.
Smisi di essere comunista quando incontrai i catto-comunisti; incapaci di difendere le proprie idee passano dall’altra parte annacquando il messaggio cristiano.. senza essere comunisti fino in fondo.

Smisi di essere comunista quando i borghesi hanno cominciato a sventolare le bandiere rosse, quando i capitalisti hanno cominciato a dire di essere di sinistra e votare PCI, ed essere presidenti di una squadra di calcio solo per far soldi.

Smisi di essere comunista quando gli intellettuali cominciarono a fare gli snob dichiarandosi di sinistra,  per essere così invitati nei salotti che contano, trovando spazio nelle tribune politiche e vendendo i libri facendo cassa…. senza spendere nulla per i proletari,  dimenticandosi di essi

Smisi di essere comunista quando uccisero PierPaolo Pasolini e la sinistra tacque…

Smisi di essere comunista, quando cominciarono a sparare le Brigate Rosse…. non capii all’epoca e mi riesce difficile da capire ancora oggi, perché i figli di papà volevano fare una rivoluzione che la sinistra proletaria non voleva.

Smisi di essere comunista quando si parlo di compromesso storico…  compromesso per chi, per cosa, perché?

Smisi di essere comunista quando in nome delle conquiste sociali si scelsero le vie della fuga, le vie più facile.. quella del divorzio e dell’aborto e ben poco si è fatto per una formazione di una coscienza matura dell’amore e del sesso.

Smisi di essere comunista… quando morì l’ultimo comunista proletario e arrivarono a Botteghe Oscure i comunisti della borghesia….

Ho smesso da tempo la mia camicia rossa, adesso si trova in qualche angolo remoto di una baule nella soffitta.. ha perso il suo colore rosso smagliante… adesso ha un colore che non so definire….